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Enea Seregni

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Alto, moro, bastardo, romantico, fascinoso, dolce, vendicativo, maledetto, cinico, provocatore...
Le cose che proprio faccio fatica a sopportare...
Le cose che mi piacciono!
Link ai siti di hobby, politica, news, attualità e associazioni che preferisco.
Le mie letture preferite...
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Alcuni tra miei film preferiti (in ordine rigorosamente sparso)

Dr. Punk's Creations

..."No Pasaran!"...
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April 17

La fine del (mio) mondo...

AVVISO IMPORTANTE:
E' con infinito rammarico e dispiacere che vi comunico che l'ultima crisi sentimentale che ha riguardato me e la ragazza con cui stavo da più di due anni e tre mesi si è conclusa nel peggiore dei modi.
Credetemi, non ho MAI passato un periodo così nero e non sono mai stato così male in vita mia.
Tutto ciò che ho fatto, quello che ho creato, quello in cui ho creduto, sembra aver perso di senso alla luce di questi ultimi eventi, che mi hanno letteralmente travolto.
Alzarsi la mattina con la consapevolezza che l'unico punto di riferimento fisso che avevi ormai non fa più parte della tua vita è una cosa dolorosissima.
Stare 24h su 24 con un groppo in gola e il magone fisso, non riuscire a mangiare nè a dormire, è una cosa che non augurerei mai a nessuno.
Ho cercato di reagire fin dal primo momento e sto cercando di reagire anche adesso, in ogni modo: uscendo, vedendo gente, stando con gli amici, sfogandomi in ogni occasione, ma è dura, cazzo, è veramente dura.
Ricominciare è davvero difficile, è una parola che il mio io rifiuta, perchè troppa prematura da pronunciare adesso.
Non avrei mai e poi mai immaginato di provare un giorno un dolore così lancinante. Un dolore che non vi so descrivere e che solo chi ci è passato prima di me può comprendere appieno.
Ma la cosa peggiore è avere l'impressione di aver troncato qualcosa a metà, avere il rimpianto di non aver dato il massimo per lei.
E' difficile accettare di non essere più amati e che un'amore possa finire in questo modo.
Questi pensieri mi perseguiteranno per molto tempo.
Ho bisogno del supporto, della pazienza e della comprensione di tutti, anche dei miei conoscenti virtuali.
Vi ringrazio anticipatamente per la solidarietà che spero mi darete e ringrazio tutti coloro che mi sono stati vicini in questi giorni difficilissimi, a cominciare da mia madre, mio padre, Lilia, Susanna e continuando con Nevio e Marco. Grazie.
Immagino che non scriverò ne aggiornerò più questo blog per molto, molto tempo, non so ancora per quanto, ma almeno finche non accada un fatto di proporzioni gigantesche e intrascurabili o finchè non riuscirò a superare questa fase di dolore.
Mi dispiace tanto.
Un arrivederci a tutti.
Oggi anche il cielo piange, ma non può piovere per sempre.
Ambra, vita mia, il sole nascente pronuncerà sempre il tuo nome.
March 27

Ex Missini: Razzismo, il nuovo fascismo

Dopo una crisi sentimentale non ancora finita che gli ha tolto 5 anni di vita, il proprietario di questo blog torna (si spera) più forte di prima...
Eccovi un articolo fresco fresco dal Manifesto di oggi:

Quella destra estrema che si riproduce nel PdL
di GIOVANNI DE LUNA
 
Non ci sarà l’antifascismo tra i valori di riferimento per il nuovo partito della destra italiana. E del resto, a stento, dopo una «distrazione» iniziale, era stato recuperato nel neonato Partito democratico. Paradossalmente, in queste fasi concitate che precedono l’investitura di Berlusconi, è stato il solo Gianfranco Fini a richiamarsi alla Resistenza.
Lo ha fatto in occasione della cerimonia alle Fosse Ardeatine, lo ha fatto, soprattutto, nel ribadire le stimmate «garantiste» della nostra carta costituzionale, gli antidoti contro tutte le derive plebiscitarie e maggioritarie racchiusi nelle sue norme. Ma troppi passaggi bruschi e innaturali ne hanno scandito il percorso, perché quelle posizioni possano avere un peso significativo.
Così, il PdL sarà a immagine e somiglianza del suo capo, né fascista, né antifascista, sostanzialmente indifferente verso il problema, pronto a minimizzare («il confino come luogo di villeggiatura») o a enfatizzare (lo sterminio dei libici e le gesta criminali di Graziani) a seconda della convenienza e delle opportunità «aziendali».
Cancellata dal sistema dei partiti, la contrapposizione fascismo/antifascismo rimbalza nei luoghi in cui oggi le giovani generazioni si avvicinano alla politica.
Negli scontri che si sono ripetuti nelle nostre università molti hanno voluto scorgere la ripetizione estenuata di antichi giochi di ruolo, la riproposizione fuori tempo massimo del confltto degli anni ’70, una sorta di «rappresentazione» in cui ci si menava soprattutto per riprendere la scena con i telefonini.
Non è così. Oggi al posto delle sezioni delMsi, Fronte della Gioventù, Ordine Nuovo, ecc… ci sono le curve degli stadi e le organizzazioni ultras; oggi, al posto dei celerini e dei carabinieri che caricavano nel nome di uno Stato autoritario e paternalista, ci sono i poliziotti descritti da Bonini nel suo
Acab, quelli che interpretano il proprio ruolo in una dimensione militante, aggressiva, predispondendosi a intervenire non per garantire l’ordine ma per combattere un nemico; oggi, soprattutto, c’è un razzismo che lascia affiorare fenomeni di intolleranza del tutto sconosciuti in quegli anni.
Già allora, per la verità, si insisteva su un antifascismo che, più che contro le nostalgie di Salò e gli squadristi di Almirante, si indirizzava contro il male oscuro della nostra democrazia, quel fondo fangoso e nascosto che si annidava nelle istituzioni, frutto di una «continuità dello Stato» che aveva lasciato in eredità all’Italia repubblicana uomini, cultura e mentalità del vecchio regime. A questo antifascismo, che era sostanzialmente una visione potenziata della democrazia, se ne accompagnava un altro di matrice classista, che lottava contro le gerarchie della fabbrica fordista, e che inseguiva i suoi avversari ovunque si presentassero i germi di oppressione e sfruttamento. Poi, per tutti gli anni 80 l’antifascismo si consumò in esangui rituali celebrativi fino agli anni ’90, quando il suo stretto rapporto con la democrazia ritornò a essere di attualità (il 25 aprile del 1994 a Milano) grazie ai successi elettorali di An, Forza Italia e della Lega.
Oggi è solo di questo antifascismo che si parla. E l’emergenza democratica da affrontare è quella dello scontro con il razzismo. Se 40 anni fa il mostro da sbattere in prima pagina era Valpreda, ballerino e anarchico, che come «belva umana» aveva i tratti delle ideologie sovversive del ’900, (l’anarchia e il comunismo), oggi il mostro è rumeno, Karol Racz, stupratore, disoccupato, dai connotati bestiali e ripugnanti come si convengono all’
Altro, al nemico identificato su basi etniche o religiose, ma anche nella sua fisicità, nel suo corpo.
Si tratta di un cambiamento drastico che favorisce quelli che al razzismo e all’intolleranza del fascismo si richiamano esplicitamente, come Forza Nuova e la galassia che la circonda (150 mila simpatizzanti distribuiti in 200 circoli in tutta Italia) e come alcuni spezzoni della Lega.
Nei loro confronti, «l’afascismo» di Berlusconi delinea uno scenario di questo tipo: un partito di destra saldamente maggioritario e padrone assoluto delle leve del potere; al suo interno i vari Gasparri, Alemanno, La Russa, ecc… antichi camerati, forse considerati «traditori» ma, sotto, sotto, in modo ammiccante, visti ancora come potenziali complici e comunque ancora capaci di esplicite solidarietà; una conseguente, palese, sensazione di impunità e di spavalda sicurezza.
Si sentono protetti, si riconoscono nelle «ronde», nella possibilità di muoversi in «squadre» non solo tollerate ma autorizzate. E questo intreccio tra il loro ossequio formale alla legalità istituzionale e le loro pulsioni aggressivamente eversive è veramente l’aspetto in cui la continuità con il nostro passato novecentesco diventa più vistosa e significativa.
March 22

No all'equiparazione tra fascisti e antifascisti!

Nell'ombra si consuma l'ennesimo tentativo di rimozione storica
 
“Papà Cervi andrò a trovarlo appena possibile…”, chi può dimenticare l’irresistibile uscita televisiva di Silvio Berlusconi, quando rispondendo a Fausto Bertinotti, manifestò il suo profondo dolore per la disgrazia capitata a questo povero papà Cervi annunciano la sua disponibilità ad andarlo a trovare quanto prima.
Peccato che il povero papà Cervi fosse morto da tempo e che il suo nome e quello dei suoi eroici figli siano annoverati trai padri fondatori della nuova Italia.
Non vi era aria di scherno nelle parole di re Silvio, più semplicemente quel mondo gli era e gli è estraneo, appartiene ad un altro universo etico, culturale, politico.
Per le stesse ragioni, per anni e anni, il medesimo ha ritenuto di non partecipare alle iniziative del 25 aprile: il giorno della liberazione non è il giorno della sua festa, o quanto meno non gli interessa.
Per comprendere il cinismo e la strumentalità con le quali il presidente re affronta questi temi, basterà pensare alle diverse modalità con le quali lui e Fini si rivolsero al congresso dei giovani di Alleanza nazionale. Fini sfruttò l’occasione per riaffermare i valori dell’antifascismo e gli orrori delle leggi razziali, esponendosi così persino ai rischi della impopolarità, ma non piegandosi alle ragioni del facile e immediato consenso. Berlusconi, al contrario, manifestò il suo entusiasmo per le tante buone cose fatte da... Balbo, eroe fascista, anzi fascistissimo. In questo modo guadagnò l’applauso, tirò una coltellata a Fini e sferrò una picconata ai valori costituzionali e allo spirito antifascista della Costituzione. Non a caso, qualche settimana dopo, definì la Costituzione una sorta di residuato della cultura sovietica.
La cancellazione della memoria, il ribaltamento dei valori, la negazione di ogni distinzione tra le vittime e i boia si applicano, di volta in volta, alla resistenza, a tangentopoli, alla mafia, con la sublime e indimenticabile riabilitazione del pluricondannato Mangano, meglio noto come lo stalliere di Arcore.
In questo filone si inserisce anche una proposta di legge presentata alla camera dei deputati e già assegnata alla commissione difesa nella quale si prevede una completa parificazione, anche sotto il profilo del riconoscimento economico, tra i partigiani e quanti aderirono alla repubblica di Salò.
Non servono molte parole per comprendere che si tratta di un tassello di una campagna che punta ad annullare le differenze, indebolendo ulteriormente quelle radici antifasciste che hanno contribuito a generare la nuova Italia. Contro questa ipotesi si sono subito mossi i parlamentari delle opposizioni, le associazioni partigiane, tanti cittadini che hanno ancora a cuore lo stato di diritto e la Costituzione.
Tra le tante lettere che sono arrivate alla redazione di Articolo21 ci ha particolarmente colpito quella di Marco Cavallarin, persona dotata di una straordinaria passione civile, che ha promosso un appello che qui riportiamo:


APPELLO
No all'equiparazione tra partigiani della Resistenza e miliziani della Repubblica di Salò

A giugno dello scorso anno è stata presentata alla Commissione Difesa della Camera la proposta di legge n. 1360 che equipara chi faceva i rastrellamenti per conto dei nazisti a chi è stato internato nei campi di concentramento e a chi ha fatto la Resistenza, tramite l’istituzione di una onorificenza: Cavaliere dell’”Ordine del Tricolore”.
Aderisci all’appello per fermare l'iter di approvazione di questa legge! Raggiunto un numero congruo di adesioni, invieremo il testo della Petizione e le firme raccolte al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, al Presidente della Camera dei Deputati, On. Gianfranco Fini, al Presidente della Commissione Difesa della Camera dei Deputati, On. Edmondo Cirielli, ai membri del Parlamento Italiano e, p.c., ai Deputati del Parlamento Europeo.
Leggi l'appello
Leggi il testo della proposta di legge

Chiunque sia interessato a firmare o a proporre nuove iniziative potrà farlo utilizzando questo blog oppure il sito di Articolo21.

Non si tratta, solo e soltanto, e non sarebbe poca cosa, di difendere la memoria di chi ha riconquistato le nostre libertà collettive, ma anche di impedire che i pozzi del futuro siano definitivamente inquinati.

Giuseppe Giulietti
March 18

Libro e Inchiesta sul neofascismo

Fuori dalle fogne 
di Carlo Bonini, Valeria Teodonio,
Fabio Tonacci e Corrado Zunino
 
Lontani gli anni in cui nelle piazze risuonava lo slogan «Fascisti, carogne, tornate nelle fogne», ora i neofascisti ritornano ad acquistare visibilità,, grazie anche ad una classe politica disattenta e ad una destra connivente a cui fanno comodo.
Nella capitale 57 gli episodi di intolleranza solo nel 2008
Un viaggio nei luoghi più "neri" di Roma. Di solito proibiti alle telecamere. Tra i bunker segreti, il culto di Mussolini, la violenza da strada, la connivenza con le curve, l'antisemitismo. Le interviste a chi fa progetti di guerriglia urbana e a chi nega l'Olocausto. Un "racconto da dentro", in cui, senza veli, parlano i capi dell'estrema destra italiana.
 
Per vedere tutta l'inchiesta (49 minuti):
Esce "Bande nere", un libro in cui Berizzi racconta chi sono, come vivono e chi protegge i nuovi "balilla". Un'inchiesta tra partiti, stadi, scuole e centri sociali Neofascisti e destra di governo a braccetto con nostalgia
di PAOLO BERIZZI

C'è il ministro della difesa La Russa che posa con un "camerata" di una famiglia mafiosa siciliana, i Crisafulli, narcotraffico e spaccio di droga a Quarto Oggiaro, periferia nord di Milano. C'è il suo collega di partito e di governo, il ministro per le politiche europee Ronchi, con uno dei fondatori del circolo nazifascista Cuore nero: quelli del brindisi all'Olocausto.
Lui si chiama Roberto Jonghi Lavarini e presiede il comitato Destra per Milano (confluito nel Partito della libertà). Sostiene le "destre germaniche", il partito boero sudafricano pro-apartheid - il simbolo è una svastica a tre braccia sormontata da un'aquila - e rivendica con orgoglio l'appartenenza alla fondazione Augusto Pinochet. In un'altra foto compare a fianco del sindaco di Milano, Letizia Moratti. Poi ci sono gli stretti rapporti del sindaco leghista di Verona, Flavio Tosi, con l'ultra-destra violenta e xenofoba del Veneto Fronte Skinhead. Ruoli istituzionali, incarichi, poltrone distribuiti ai leader delle teste rasate venete, già arrestati per aggressioni e istigazione all'odio razziale.

Fascisti del terzo millennio
Almeno 150 mila giovani italiani sotto i 30 anni vivono nel culto del fascismo o del neofascismo. E non tutti, ma molti, nel mito di Hitler. Un'area geografica che attraversa tutta la penisola: dal Trentino Alto Adige alla Calabria, dalla Lombardia al Lazio, da Milano a Roma passando per Verona e Vicenza, culle della destra estrema o, come amano definirla i militanti, radicale. Cinque partiti ufficiali (Forza Nuova, Fiamma Tricolore, la Destra, Azione Sociale, Fronte Sociale Nazionale) - sei, se si considera anche il robusto retaggio di An ormai sciolta nel Pdl. I primi cinque raccolgono l'1,8 per cento di voti (tra i 450 e i 480 mila consensi). Ma a parte le formazioni politiche, l'onda "nera" - in fermento e in espansione - si allunga attraverso un paio di centinaia di circoli e associazioni, dilaga nelle scuole, trae linfa vitale negli stadi.
Sessantatre sigle di gruppi ultrà (su 85) sono di estrema destra: in pratica il 75 per cento delle tifoserie che, dietro il "culto" della passione calcistica, compiono aggressioni e altre azioni violente premeditate. La firma: croci celtiche, fasci littori, svastiche, bandiere del Terzo Reich, inni al Duce e a Hitler. Sono state 330 le aggressioni da parte di militanti neofascisti tra 2005 e 2008. Concentrate soprattutto in tre aree del paese: il Veneto (Verona, Vicenza, Padova), la Lombardia (Milano, Varese) e il Lazio (Roma, Viterbo). Sono i vecchi-nuovi "laboratori" dell'estremismo nero. Con Roma - anche qui - capitale.

Dalle scuole ai centri sociali
Dai centri sociali di destra alle occupazioni a scopo abitativo (Osa) e non conformi (Onc). Dalle aule dei licei a quelle delle università. Dai "campi d'azione" di Forza Nuova ai raid squadristi delle bande da stadio che si allenano al culto della violenza. La galassia del neofascismo si compone di più strati: e anche di distanze evidenti. L'esperimento più originale è quello di CasaPound a Roma, il primo centro sociale italiano di destra. Da lì nasce Blocco studentesco, il gruppo sceso in piazza contro la riforma della scuola. Una tartaruga come simbolo, i militanti si battono contro l'"affitto usura" e il caro vita. Il leader è Gianlcuca Iannone, anima del gruppo ZetaZeroAlfa: musica alternativa, concerti dove i militanti si divertono a prendersi a cinghiate.
A Milano c'è Cuore Nero. Il circolo neofascista fondato da Roberto Jonghi Lavarini e dal capo ultrà interista Alessandro Todisco, già leader italiano degli Hammerskin, una setta violenta nata dal Ku Klux Klan che si batte in tutto il mondo per la supremazia della razza bianca. Dopo l'attentato incendiario subito l'11 aprile del 2007, i nazifascisti di Cuore nero ringraziano in un comunicato ufficiale tutti coloro che gli hanno espresso solidarietà e sostegno: tra gli altri, "in particolare", la "coraggiosa" onorevole Mariastella Gelmini, all'epoca coordinatrice lombarda di Forza Italia e attuale ministro dell'Istruzione.

Saluti romani, pistole e 'ndrine
La famiglia calabrese dei Di Giovine e quella siciliana dei Crisafulli, la destra in doppiopetto di An e quella estremista di Cuore nero. A Quarto Oggiaro, hinterland milanese, la ricerca del consenso politico incrocia sentieri scivolosi. A fare da cerniera tra le onorate famiglie - che gestiscono il mercato della droga -, le teste rasate e il Palazzo è sempre lui, il "Barone nero" Jonghi Lavarini. Quello fotografato con il ministro Ronchi e il sindaco Moratti. Quello che presenta a Ignazio La Russa Ciccio Crisafulli, erede del boss mafioso Biagio "Dentino" Crisafulli, in carcere dal '98 per traffico internazionale di droga. Camerata dichiarato, il rampollo Crisafulli frequenta Cuore nero così come il cugino James. A lui sarebbe stata dedicata la maglietta "Quarto Oggiaro stile di vita", prodotta dalla linea di abbigliamento da stadio "Calci&Pugni" di Alessandro Todisco. L'avvocato Adriano Bazzoni è braccio destro di La Russa. C'è anche lui in una foto con Lavarini e con Salvatore Di Giovine, detto "zio Salva", della cosca calabrese Di Giovine. Siamo sempre a Quarto Oggiaro, prima delle ultime elezioni politiche.
March 04

Il diritto di sciopero sotto attacco

Affrontare un governo fondato sull'odio di classe 

  • Le misure contro il diritto di sciopero approvate dal Consiglio dei Ministri, intendono legare le mani ai lavoratori dei servizi strategici per impedirgli di incidere sulle soluzioni della crisi. Il governo non vuole privare solamente i lavoratori dello strumento dell’astensione organizzata dal lavoro ma vuole anche colpire le proteste come i blocchi stradali e ferroviari che sono spesso lo strumento di lotta di chi il lavoro lo ho perso o lo sta perdendo. I blocchi sono lo sciopero di chi non ha la possibilità di scioperare sul lavoro.
  • La legge antisciopero avviene parallelamente allo stravolgimento della contrattazione collettiva che punta a rendere completamente subalterno il lavoro rispetto al capitale riducendo il più possibile gli elementi di unità dei lavoratori, favorendone al contrario la frammentazione lavorativa e contrattuale.
  • Queste misure affiancano e convivono con i provvedimenti previsti dal Pacchetto Sicurezza che attraverso la repressione e il razzismo di stato alimentano fobie, prevaricazioni e razzismo “sociale”,  creando così continuamente capri espiatori sui quali scaricare le frustrazioni e la rabbia delle classi subalterne sottoposte alla pressione della crisi e delle scelte antipopolari del governo. Gli immigrati – anche quando sono lavoratori e integrati nel nostro paese- sono ormai esposti e vulnerabili ad ogni campagna di odio che viene scatenata per nascondere le responsabilità di banchieri, imprenditori e ministri nel peggioramento complessivo delle condizioni di vita dei lavoratori e dei settori popolari.
  • Nel nostro paese si va configurando con un ritmo di marcia crescente una società fondata sulla lotta di classe dall’alto contro i lavoratori, la loro storia e le loro organizzazioni. E’ una società conformata da un governo reazionario e da una classe dominante che manifestano senza infingimenti il loro odio di classe. Il buon senso vorrebbe che le classi subalterne rendessero la pariglia dandosi una identità conseguente e gli strumenti di lotta per opporvisi a tutto campo.
  • Nel nostro paese agiscono fin troppi facilitatori. Il PD, i sindacati concertativi e le forze dell’opposizione parlamentare, in nome della governabilità, del bipolarismo elettorale e della concertazione impediscono con ogni mezzo la ricostruzione di una identità di classe di tutti i segmenti del mondo del lavoro, di un punto di vista della realtà e dell’organizzazione sociale consapevoli di doversi ormai misurare con l’odio di una classe dominante follemente preoccupata dalla crisi del suo sistema ma soprattutto dall’emancipazione che può scaturire da un conflitto sociale che sveli a tutti la natura e le conseguenze della crisi stessa.
  • I padroni, i banchieri, i loro uomini e donne nel governo e nel parlamento, odiano i lavoratori e li considerano un ostacolo al loro ordine di priorità. Per questo motivo devono demolirne tutti gli strumenti di organizzazione e di emancipazione: dai sindacati di base al diritto di sciopero, dalla contrattazione collettiva all’idea stessa del conflitto sociale.
  • In questi anni una classe dominante prosperata sulla rendita e i suoi apparati politici e mediatici hanno agitato come una clava il tema della legalità su ogni aspetto della vita sociale introducendo leggi inaccettabili da ogni punto di vista.

I lavoratori e i democratici hanno oggi l’obbligo di opporre la giustizia a questa legalità, di invocare la disobbedienza politica e sociale contro l’ingiustizia, di contrapporre la dignità all’odio di classe evocato dal governo e dai suoi sostenitori. Nei prossimi mesi si potranno ancora scrivere queste cose  su un volantino, un giornale o su un sito internet? Secondo il governo non potrà essere più possibile. Spetta a tutti noi tenere aperti questi spazi di agibilità democratica sui luoghi di lavoro come nel resto della società. E’ tempo di resistenza globale. 

Occorre produrre il massimo impegno in tutte le città per assicurare la riuscita della manifestazione nazionale del 28 marzo convocata dai sindacati di base su una piattaforma sociale e sindacale che pone al centro obiettivi sociali e politici coerenti con  una opzione anticapitalista contro la crisi e per affrontare un governo fondato sull’odio di classe.
 
Fonte: Rete dei Comunisti (http://www.contropiano.org)
February 11

Un brindisi all'olocausto

Un brindisi all'Olocausto

Una pinta di birra e, come sfondo, l'entrata del campo di sterminio di Auschwitz. Con una didascalia irridente: Birra d(')annata

 

 

Nel giorno in cui otto ultrà "neri" dell´Hellas Verona finiscono in manette per il pestaggio - il 4 gennaio scorso - di un gruppo antagonista (tra cui una donna ferita gravemente al volto con un posacenere); nel giorno in cui, a Roma, prende il via il processo a una ventina di teppisti per gli assalti alle caserme seguiti alla morte dell'ultrà laziale Gabriele Sandri ('´11 novembre 2007), dal laboratorio della nazifascisteria esce l'ultima, agghiacciante, trovata.
L'idea è dei militanti di Cuore nero, il circolo neofascista milanese che ha coagulato attorno a sé diverse anime della galassia estremista cittadina. Nella copertina di "Doppio Malto" - sottotitolo "fanzine alcolica milanese", una specie di house organ mensile dei camerati - ecco uno skinhead in primo piano. Torso nudo, jeans e bretelle, le braccia tatuate con spade e dragoni. Con quello destro solleva un boccale di birra: niente di straordinario se dietro non ci fosse una foto in bianco e nero. L'ingresso del lager di Auschwitz.
Un cancello di ferro aperto, un viale, in lontananza due automobili delle SS. Grazie a un fotomontaggio, al posto della famigerata scritta «il lavoro rende liberi» posta sopra il varco di accesso al campo di sterminio, compare «Cuore nero brewery»: letteralmente, «Birrificio Cuore nero».
Di brindisi, infatti, si tratta.
La copertina è del numero di giugno 2008, ma se ne ha notizia solo oggi.
Ora è probabile che la magistratura possa interessarsene, ipotizzando il reato di apologia del nazismo e istigazione all'odio razziale.

 

(06 febbraio 2009)

 

Il comune di Milano ha intrapreso da tempo una violenta campagna di diffamazione di qualsiasi spazio sociale che vada fuori dalla sua logica di controllo, una campagna che vede la chiusura dei principali centri del dissenso politico e culturale della città. Ultimo dei quali lo storico Cox 18.

Al contempo però permette ad un centro “sociale” dichiaratamente neofascista come Cuore Nero di rimanere aperto, in spregio a qualsiasi regola di civiltà e a qualsiasi norma costituzionale.

Un centro che non solo è stato eretto da neofascisti di vecchia data, tra i quali si annoverano molti ex-terroristi già noti alle forze dell’ordine, ma che non nasconde nemmeno le sue simpatie neonaziste, come si può facilmente dedurre da quest’ultima infame trovata dei camerati che ne fano parte.

February 10

Giorno del ricordo: la verità che non si dice

Foibe: per una giornata della verità e non del ricordo addomesticato

 

“Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini dell'Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani". - Benito Mussolini, 1920

 

“So che in patria siete amorevoli e generosi padri di famiglia, ma qui non sarete mai abbastanza ladri, assassini, stupratori”. – Benito Mussolini, ai militari italiani di istanza in Istria

 

“Si ammazza troppo poco!”. – Generale Mario Robotti, 1942

 

10 Febbraio, oggi ricorre l’anniversario della “giornata del ricordo”, un’occasione per riflettere su quello che è stato il dramma degli infoibamenti in Italia e non solo.

“Foibe”... E’ proprio il caso ditornare sull’argomento, per farlo conoscere agli italiani poco attenti ed in particolare ai demotivati e fin troppo ignoranti giovani d’oggi.

Ciò non significa giustificare alcunché, ma certamente non è possibile ignorare le responsabilità del nazionalismo italiano e del fascismo nei confronti delle popolazioni slave e delle minoranze in generale.

“Una tragedia che sa di una vera e propria pulizia etnica da parte dei comunisti titini nei confronti degli italiani che abitavano le terre dalmate e friulane”: questo è tutto quello che i media nazionali ci sanno dire.

Quello che invece i media, insieme alle istituzioni e alla totalità della classe politica non dicono, è che la storia, in quelle zone, non inizia nel 1945...


Le origini antiche di un odio feroce

Dopo la prima guerra mondiale, il Regno di Italia comincia una politica di italianizzazione forzata delle "terre irredente".

Da ogni regione, piovono funzionari e impiegati pubblici, che sostituiscono i locali. La lingua obbligatoria diventa l'italiano e dialetti e lingue dei popoli presenti sul territorio sono vietati, proibiti.

L'effetto di tale norma è assai violento nelle città della costa, dove comunque gli "italiani" erano assai numerosi, ma è nelle zone rurali e nell'interno che gli slavi, in gran parte poco alfabetizzati, si ritrovano ad essere stranieri in patria.

Le durissime condizioni imposte dal Regno si fanno ancora più rigide ed intolleranti con il fascismo.

Chiusura delle scuole slovene e croate, confino di alcuni esponenti Sloveni e Croati, a cui si aggiungevano le violenze fasciste incontrastate dalle autorità, come gli incendi delle sedi associative a Pola e a Trieste.

Nell’amministrazione e nei tribunali fu proibito l'uso dello sloveno e del croato e l'attività delle società e delle associazioni croate e slovene venne vietata.

Nel 1927 fu il turno del cambiamento dei cognomi (la toponomastica era già stata italianizzata nel 1923).

Così vennero italianizzati quasi tutti i cognomi sloveni e croati. Un vero atto di brutalità verso le identità personali.

Le leggi razziali antiebraiche e genetiche del 1938 (che seguono le meno famose, meno organiche, ma altrettanto famigerate leggi razziali del '36-'37 emanate nei confronti dei popoli di pelle nera, e altri "coloniali") dividono ancor più la cittadinanza in due categorie: gli "italiani puri" e gli inferiori.

La prima conseguenza di questo programma di distruzione integrale delle identità fu la fuga di gran parte delle minoranze dalla Venezia Giulia: secondo stime jugoslave emigrarono 105 mila sloveni e croati. Ma soprattutto si consolidò, agli occhi di queste minoranze, un fortissimo sentimento anti italiano, l’equivalenza tra Italia e fascismo, che portò la maggioranza degli sloveni al rifiuto di quasi tutto ciò che appariva italiano.

 

La seconda guerra mondiale

Nel 1941, dopo un criminale bombardamento che rade al suolo Belgrado, Tedeschi, Ungheresi e Italiani invadono la Jugoslavia, occupandola completamente in poche settimane.

All'Italia spettano: l'intera costa dalmata, parte del Montenegro, quasi l'intera Slovenia e la Croazia, sotto forma di protettorato.

Il partito fascista e razzista croato, gli Ustascia, formato da fanatici religiosi cattolici e nazionalisti, intraprendono un’opera di pulizia etnica nei confronti di Serbi e altre minoranze, spalleggiati dalle truppe italiane.

L'intera Jugoslavia diventa territorio di stragi e di crudeltà. Alla fine della guerra, sarà uno dei paesi che avrà pagato il più alto tributo di morti, da calcolarsi in circa 1 milione e mezzo di persone su 16 milioni di abitanti (si pensi che i caduti italiani tra civili e militari, fra battaglie e bombardamenti, repressioni e fucilazioni, non supera le 300 mila unità su 45 milioni di abitanti).

In particolare, sono da attribuirsi alla responsabilità diretta delle truppe di occupazione italiana almeno 250 mila morti.

Di questi, i morti in combattimento sono una parte esigua, perché la stragrande maggioranza delle vittime fu dovuta a vere e proprie stragi e repressioni, a saccheggi e a brutalità.

Le peggiori e più inumane condizioni si verificarono nella Jugoslavia meridionale, dove si aprì una vera e propria caccia al serbo. Vere e proprie spedizioni italo-croate partivano alla volta dei villaggi e delle cittadine serbe, dove, in un'orgia di violenze di ogni tipo, centinaia di uomini, donne e bambini venivano torturati e uccisi. I villaggi jugoslavi distrutti dagli italiani sono non meno di 250, ai quali vanno aggiunti quelli distrutti in collaborazione con i tedeschi o con altre milizie dell'Asse. 250 Marzabotto e Sant'Anna di Stazzema in cui i colpevoli, i macellai, eravamo noi.

Gli episodi di efferatezza e di crudeltà non si contano, e le mutilazioni, gli stupri, gli accecamenti erano all'ordine del giorno. Spesso i partigiani slavi, o gli indifesi abitanti delle campagne, erano bruciati vivi (su roghi di fascine, o chiusi nelle chiese ortodosse, che furono distrutte - in questo modo- in gran numero).

Le deportazioni della "inferiore razza serba" furono massicce, e decine di migliaia di ex soldati o di cittadini serbi fu avviata ai campi di sterminio tedeschi o a quello della Risiera di San Sabba, a Trieste, assieme con ebrei ed altre minoranze..

Gli occupanti italiani costruirono campi di concentramento che furono la causa di migliaia di morti e di infinite sofferenze.

Tutti conosciamo Auschwitz e Buchenwald, ma decenni di censure ci hanno impedito di sapere che noi, italiani, costruimmo e gestimmo i lager di Kraljevica, Lopud, Kupari, Korica, Brac, Hvar, Rab (isola di Arbe). Furono creati campi anche in Italia, per esempio a Gonars (Udine), a Monigo (Treviso), a Renicci di Anghiari (Arezzo) e a Padova.

Quasi 30.000 sloveni e croati, uomini, donne e bambini internati.

In Slovenia il tribunale speciale pronuncia le prime condanne a morte. La lotta contro i partigiani si sviluppa nel quadro di una strategia rivolta alla colonizzazione di quei territori.

Con l'intervento diretto dei comandi militari italiani la politica della violenza si esercita nelle più svariate forme: esecuzioni sommarie sul posto, incendi di paesi, deportazioni di massa, esecuzioni di ostaggi, rappresaglie sulle popolazioni a scopo intimidatorio e punitivo, saccheggiamento dei beni, setacciamento sistematico delle città, rastrellamenti.

Solo per quel che riguarda la piccola Slovenia, nei lager italiani morirono 13.606 sloveni e croati. I civili e partigiani "fucilati sul posto", cioè durante azioni belliche, furono non meno di 2.500. 1.500 invece i fucilati civili trattenuti come ostaggi, uccisi mesi dopo il loro internamento, per stanare le bande partigiane o per vendetta contro azioni verso i nostri militari. I morti per sevizie, torture, o bruciati vivi arrivano ad un totale documentato di 187. Questo solo nella "provincia di Lubiana".

Altrettanto duro, e crudele, è il campo di Gonas vicino Udine. Qua sono migliaia i bambini, soprattutto croati, lasciati a morire letteralmente di fame.

Gli eccidi continuarono anche dopo l’8 settembre, quando alle truppe regie subrentrarono i tedeschi e i repubblichini di Salò. I partigiani slavi (ai quali si sono uniti nel frattempo anche migliaia di soldati italiani) intensificano le loro azioni.

Ciò provoca reazioni sempre più feroci ed intense. Questa volta sono i civili i primi obiettivi, e riprendono le deportazioni e le stragi, stavolta dirette dalle SS.

Le prime foibe del settembre 1943

Nel clima di vendetta che seguì l'armistizio dell'8 settembre del '43, si registrò il primo fenomeno di foibe, in Istria e in Dalmazia, con l'uccisione da parte dei titini di alcune centinaia di italiani. Seguì una nuova ondata di violenze di matrice nazifascista, che mise a ferro e fuoco l’Istria, con l'incendio di decine di villaggi, l'uccisione di 3000 partigiani e la deportazione nei campi in Germania di 10.000 persone.

Le foibe di maggio-giugno '45

A maggio del'45, gli jugoslavi entrarono a Trieste. Nelle stesse ore i titini entravano anche a Gorizia.

Gli ordini di Tito non si prestavano a equivoci: «Epurare subito», «Punire con severità tutti i fomentatori dello sciovinismo e dell’odio nazionale». Come recita il testo definitivo dell’analisi bilaterale Italia-Slovenia dell'aprile 2001: il movimento partigiano di Tito scatenò un’ondata di violenza nella zona di Trieste, nel Goriziano e nel Capodistriano, che portò all’arresto di molte migliaia di persone, in larga maggioranza italiane, a centinaia di esecuzioni sommarie immediate nelle foibe; a deportazioni nelle carceri e nei campi di prigionia.

L'ondata di violenze finì il 9 giugno 1945. La persecuzione degli italiani, però, durò almeno fino al '47, soprattutto nella parte dell'Istria più vicina al confine e sottoposta all'amministrazione provvisoria jugoslava.

 Le radici delle foibe

Tali avvenimenti si verificarono in un clima di resa dei conti per la violenza fascista e appaiono essere il frutto di un progetto politico preordinato in cui confluivano diverse spinte: l’eliminazione di soggetti legati al fascismo e l’epurazione preventiva di oppositori reali. Il tutto nasceva da un movimento rivoluzionario che si stava trasformando in regime, convertendo quindi in violenza di stato l’animosità nazionale ed ideologica diffusa nei quadri partigiani.

Come ha scritto lo storico Enzo Collotti, "fino a quando si continuerà a voler parlare della Venezia Giulia, come di una regione italiana, senza accettarne la realtà di un territorio abitato da diversi gruppi nazionali e trasformato in area di conflitto interetnico dai vincitori del 1918, incapaci di affrontare i problemi posti dalla compresenza di gruppi nazionali diversi, si continuerà a perpetuare la menzogna dell'italianità offesa e a occultare la realtà dell'italianità sopraffattrice”.


Ma che cosa sa tuttora la maggioranza degli italiani sulla politica di sopraffazione del fascismo contro le minoranze slovene e croate addirittura da prima dell'avvento al potere; della brutale snazionalizzazione come parte di un progetto di distruzione dell'identità nazionale e culturale delle minoranze e della distruzione della loro memoria storica? Che cosa sanno dell'occupazione e dello smembramento della Jugoslavia e della sciagurata annessione della provincia di Lubiana al regno d'Italia, con il seguito di rappresaglie e repressioni che poco hanno da invidiare ai crimini nazisti? Che cosa sanno degli ultranazionalisti italiani che nel loro odio antislavo fecero causa comune con i nazisti?

Ecco che cosa significa parlare delle foibe: chiamare in causa il complesso di situazioni cumulatesi nell'arco di un ventennio con l'esasperazione di violenza e di lacerazioni politiche, militari, sociali concentratesi in particolare nei cinque anni della fase più acuta della seconda guerra mondiale. È qui che nascono le radici dell'odio, delle foibe, dell'esodo dall'Istria.

Le foibe sono frutto di anni ed anni di rancore ed odio popolare nei confronti degli italiani, che erano stati violenti occupanti di quelle zone.

Tito non fece altro che dare sfogo a quell’odio, in maniera criminale, sbagliata, detestabile. Ma dovutamente contestualizzata entro una serie di eventi storici, la tragedia delle foibe non è stata così gratuita, senza senso nè motivazione come vuole farci credere la la nostra opinione pubblica o come vogliono farci credere i rappresentanti di una destra che non ha ancora imparato a fare i conti col propio passato e che troppo spesso strumentalizza quelle morti in chiave “anti-comunista”, o persino i contrapponendola alla giornata della memoria del 27 gennaio.Questa storia, quella dell’occupazione, delle stragi, delle deportazioni, scomoda da raccontare, difficile da conoscere, fino ad adesso non ha trovato spazio sui libri di testo scolastici, “scritti dai vincitori”, come dicono molti fascisti.

February 03

Storie di ordinario razzismo...

Razzismo?
 
Possiamo tirare tutti un sospiro di sollievo. Neanche stavolta c’entra il razzismo.
Alla stazione di Nettuno, Roma, tre ragazzi cospargono un senzatetto di origine indiana con della benzina e gli danno fuoco, godendosi lo spettacolo e concludendo la serata con reciproci sms di complimento. Ma per carità, è stata una bravata, son ragazzi, è sbagliato parlare di razzismo in questi casi, sono semplici ragazzi intontiti da alcool e droga in cerca di “emozioni forti”. Queste parole girano sulla bocca di tutti, nessuno vuole parlare di razzismo.
Eppure, durante il sit-in ed il corteo improvvisati all’indomani del tentato omicidio, le reazioni degli abitanti del quartiere, soprattutto giovani, erano pressappoco le seguenti: «Hanno fatto bene!», «Quello doveva mori’», «Comunisti di merda», sono le frasi più carine pronunciate da alcuni "pischelli" all’indirizzo dei manifestanti.
Pischelli, la cui maggioranza non ha a che fare con gruppi neofascisti o di estrema destra presenti nella zona, e questo è preoccupante.
Ma il razzismo non c’entra.
Il razzismo magari non c’entrava neanche a Civitavecchia qualche giorno fa, quando un immigrato senegalese da vent’anni in Italia, perfettamente integrato e con un lavoro stabile che gli permetteva di mantenere due mogli e sette figli, veniva ammazzato a fucilate dal suo vicino di casa, infastidito dai connazionali che invitava a fargli visita.
In questo caso i giornali hanno parlato di un “tragico incidente”, di “raptus omicida”, ma il commissario di polizia che gli ha sparato era lucido, lucidissimo quando ha premuto il grilletto del suo fucile a pompa.
Si potrebbe tornare ancora più indietro, all’uccisione a bastonate del giovane Abba, reo di aver rubato un pacco di biscotti. Neanche lì il razzismo c’entrava.
 
D’altronde, siamo un paese dove il ministro dell’interno, membro di spicco del peggior partito del panorama politico parlamentare italiano, dice che con gli immigrati bisogna essere “cattivi”.
Abbiamo una televisione che non fa altro che diffondere insicurezza e paura; gli stupri, le rapine, i furti in casa sono all’ordine del giorno nei titoli di qualsiasi telegiornale.
Questi atti criminali gravissimi non vengono trattati tutti alla stessa stregua, il colore della pelle o la nazionalità dell’aggressore fa molta differenza, e se una violenza compiuta da un italiano doc occupa poco spazio e si esaurisce nel giro di due o tre giorni, quando è un’immigrato a compiere lo stesso osceno atto assistiamo alla messa in luce degli istinti peggiori che ogni italiano ha dentro di se.
 
Tra un crimine commesso da un italiano ed uno commesso da uno straniero non c’è nessuna differenza, la sola differenza è la strategia di depistaggio messa in atto da politici e media.
Il fatto accaduto a Guidonia è gravissimo, ha occupato tantissimo i teleschermi e a me stesso risulta impossibile non immedesimarmi nella figura di quel giovane che ha assistito allo stupro della proporia ragazza, impotente, pesto e chiuso dentro il bagagliaio della sua auto. Nella sua situazione ora non avrei nessuna remora nel ridurre quei bastardi ad una poltiglia sanguinolenta a forza di botte per fargliela pagare (scusate lo sfogo vendicativo).
Ma quando, nel 2006, sempre a Guidonia, fu una donna romena a essere violentata per ore da un italiano la notizia non riempì le prime pagine ma si esaurì in due righe in fondo a un comunicato Ansa e a un trafiletto del Corriere della Sera.
Non ci furono ronde di patrioti indignati nei bar e nelle carceri, circondate da simpatia e complicità della brava gente circostante non ci furono vetrine di negozi date alle fiamme.
In Italia, ormai il razzismo è silenziosamente entrato nel modo di pensare di ognuno di noi, è passato quasi inosservato, suoi complici i maggiori media italiani ed il nostro governo, assieme ad un opposizione fallimentare nel proporre un’alternativa alli deliri securitari della destra.
L’attuale maggioranza ha tutto l’interesse a favorire questo clima di insicurezza tra la popolazione, gli serve come pretesto per le sue riforme liberticide, xenofobe e autoritarie in tema di sicurezza, gli è vitale per conservare il potere che ha acquisito, gli torna utile per ìindirizzare l’indignazione degli italiani verso un unico reale capro espiatorio: l’immigrato, il diverso, il debole.
Questo governo oggi si appresta ad approvare l’ultima parte di un pacchetto sicurezza che ha risvolti criminali.
Chi vive ogni giorno a contatto con le persone immigrate – i medici negli ambulatori, le  associazioni del terzo settore nelle strade, i magistrati e gli avvocati nelle aule di tribunale -  lancia l’allarme senza mezzi termini: il complesso di norme che sta per essere approvato è inutile. Anzi, è dannoso. Non fermerà l’immigrazione irregolare, peggiorerà la situazione di chi vive in clandestinità, e aprirà un vulnus irreparabile che prima o poi coinvolgerà anche gli  taliani che vivono in situazioni giusto un po' più svantaggiate della media.
In questa pessima situazione abbiamo i militanti di base dell’estrema destra che se da un lato si dipingono come oppositori del berlusconismo dilagante, dall’altro accettano silenziosi ogni provvedimento xenofobo varato dal governo che tanto odiano. In fondo questo clima di razzismo torna utile anche a loro: porta nuove adesioni alla loro causa.
 
-Enea-
January 21

Tirando le somme...

Sabato scorso, almeno 200.000 persone hanno manifestato tra Roma e Assisi a fianco del popolo palestinese. Hanno mostrato la propria voglia di pace e la propria solidarietà col popolo di Gaza.
Le manifestazioni non si sono limitate alla sola penisola italica, se ne sono contate di diverse in tutta Europa.
E' stata una grande giornata di mobilitazione, che non solo ha superato le aspettative degli organizzatori ma che ha unito finalente italiani, immigrati del mondo arabo ed ebrei contro l'occupazione in grandi cortei colorati, multiculturali e pacifici.
Intanto, l'attacco israeliano ai danni della popolazione palestinese di Gaza sembra essere giunto al termine.
Almeno così dicono, perchè nonostante il cessate il fuoco unilaterale annunciato da Olmert e nonostante il ritiro (solo parziale) delle truppe sia già cominciato, la gente a Gaza continua a morire, sotto le stesse bombe che da 22 giorni gli piovono addosso.
All'indomani delle manifestazioni di protesta sorte in tutta Europa in sostegno della popolazione di Gaza, Olmert annuncia un cessate il fuoco che appare falso come la "democrazia" del quale è premier.
L'aviazione ha infatti continuato a bombardare il sud di Rafah e lanciato bombe al fosforo contro il quartiere at-Tuffah, a Gaza City. Bombardamenti anche a Jabaliya.
Il personale sanitario, che sta cercando di recuperare i numerosi cadaveri ancora sotto gli edifici distrutti, parla di "scene raccapriccianti", di corpi a pezzi, carbonizzati, in decomposizione. E la maggior parte sono di donne e bambini.
Intanto le fazioni della resistenza palestinese hanno annunciato di aver accettato il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza e hanno richiesto il ritiro immediato delle truppe e l'apertura di tutti i valichi per permettere l'arrivo di aiuti umanitari.
Sale a 1315 il numero dei morti palestinesi nella striscia e a quasi 6000 quello dei feriti, più un terzo dei morti sono bambini. Sono numeri provvisori e in crescita, dato che si sta ancora scavando tra le macerie in cerca di cadaveri da portare alla luce.
La situazione umanitaria è al limite, interi centri abitati in macerie, scuole distrutte, centinaia di famiglie senza casa. Gli aiuti e il personale medico mancano, gli ospedali (quelli che non sono stati colpiti dalle bombe) sono al collasso.
Di fronte a questa chiara e gravissima emergenza, colpisce la miopia del primo ministro palestinese nonchè leader di Hamas, Ismail Haniyah, che ha avuto il coraggio di dichiarare: "la resistenza palestinese è uscita vittoriosa da questa aggressione".
Hamas ha dichiarato di aver perso "solo 48 combattenti" e di aver ucciso "almeno 80 soldati israeliani", aggiungendo di aver lanciato circa 900 razzi dalla Striscia di Gaza contro Israele. C'è da essere contenti di tutto questo? Io credo di no e non credo che il giudizio degli abitanti della striscia sia molto diverso....
Dall'altra parte si distingue per crudeltà e indifferenza il ministro degli esteri israeliano Tzipi Livni, che afferma che le vittime civili sono state solo un "prodotto delle circostanze".
Altrettanto grave è il fatto che l'unione europea ha congelato i fondi per la ricostruzione fino a quando Gaza sarà governata da Hamas.
Ora, nonostante un gruppo come Hamas possa starmi antipatico per il suo integralismo religioso, nonostante ora come ora personalmente preferirei un governo di unità nazionale per la Palestina, nulla può togliere un fatto: il potere che Hamas ha a Gaza è legittimo, gli è stato dato dal popolo attraverso limpide elezioni democratiche.
Un'organismo internazionale che davvero voglia raggiungere un clima di pace duraturo in quelle zone deve imparare a fare i conti con questa verità, smettere di perdurare nella sua testardaggine e accettare Hamas come interlocutore. 
Dopotutto gli americani hanno potuto scegliere un guerrafondaio come Bush, gli israeliani possono scegliere leaders con le mani sporche di sangue come Olmert e Netanyahu, però i palestinesi non possono scegliere di farsi governare da Hamas. Questo lo dicono anche i palestinesi che per Hamas no hanno votato e non gli si può dar certo torto.
 
I palestinesi di Gaza sono stati puniti per aver scelto Hamas, sono stati uccisi perchè il governo di Israele doveva rifarsi il lifting in vista delle elezioni, ma questa è solo l'ultima cifra di un conto che il loro popolo sta pagando da più di 60 anni. Un conto salatissimo per crimini che non hanno mai commesso.
 
 
November 04

Un fascista è sempre un fascista...

   

    

Poveri fasci, quelli che "nè rossi, nè neri, ma liberi pensieri", quelli che volevano solo protestare pacificamente ed esprimere il loro dissenso insieme agli altri studenti, quelli che il governo gli va bene basta che la colpa sia dei collettivi di sinistra, quelli che sono stati vittime, aggrediti dagli antifa cattivoni...

PAGLIACCI!!!

 Pensate sia finita? E invece no! Perchè, visto che sono stati SMERDATI in diretta su "Chi l'ha visto?" Hanno pure avuto il coraggio di andare negli studi RAI a tirare uova e a minacciare, la mattina seguente, quelli che lavorano alla trasmissione!
 
Link dei video:

 

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